Ciò che dobbiamo difendere in Venezuela

In questo articolo Raùl Zibechi sottolinea l’importanza di non confondere la critica alle politiche del governo di Nicolàs Maduro con il consenso a qualsiasi violazione della sovranità e dell’autodeterminazione del Venezuela da parte di qualunque potenza straniera. Nulla giustifica ne giustificherà qualunque intervento degli Stati Uniti, dell’OEA o di qualunque organismo o governo internazionale in qualunque parte del mondo, indipendentemente dall’ideologia o dalla bandiera politica. I movimenti popolari latinoamericani hanno chiaro questo concetto, nonostante le critiche e le divergenze. Spetta al popolo venezuelano risolvere la crisi politica ed economica e non alla destra e ancora meno al governo fantoccio statunitense che pensa soltanto a riprendersi un punto strategico del continente latinoamericano e mettere le mani sulle riserve petrolifere della patria di Bolivar.

 

 

Dal colpo di stato dell’aprile del 2002, l’interferenza degli Stati Uniti (USA) in Venezuela dovrebbe essere fuori discussione. Probabilmente è  cominciata prima di quella data, ma possiamo prenderla come punto di svolta e di non ritorno. Da allora in poi, la politica della Casa Bianca è stata quella di porre fine ai governi chavisti, sia attraverso la via dei colpi di stato  o per vie indiretti, ma con gli stessi fini.

La difesa della sovranità delle nazioni e l’autodeterminazione dei popoli è un principio inalienabile dei movimenti antisistemici in tutto il mondo. Di qualsiasi nazione, indipendentemente dal colore dei governi e dal tipo di regime che abbiano. È un principio di importanza simile al rispetto dei diritti umani, che deve avere un carattere universale.

La questione diventa rilevante perché la politica internazionale statunitense lascia da parte la sovranità delle nazioni, sempre  con più forza, prendendo come scusa il rispetto dei diritti umani che, in realtà, nasconde l’ambizione geopolitica di estendere il dominio su tutti paesi del mondo. L’implosione del socialismo reale accelerò questa deriva, poiché l’argomento del comunismo scomparve come scusa per intervenire negli affari interni delle nazioni.

Nel caso del Venezuela, la difesa del principio di sovranità ha una duplice trascendenza. Da un lato, perché la politica imperialista ha sempre cercato di controllare quei paesi che hanno grandi riserve di idrocarburi, almeno dalla fine della seconda guerra mondiale.

D’altro lato, perché gli Stati Uniti definirono più di un secolo fa  il bacino dei Caraibi come un mare nostrum, dove il suo dominio geopolitico deve essere esclusivo ed escludente. La reazione militaristica al terremoto di Haiti nel 2011, con la massiccia mobilitazione della quarta flotta, l’invio di una portaerei e l’acquisizione dell’aeroporto di Port-au-Prince, ha evidenziato l’esclusivo dominio sulla regione.

Purtroppo questo principio di sovranità nazionale è stato abbandonato da una parte della sinistra sotto la globalizzazione. Non importa chi sia colui che fa l’interferenza, né il carattere del paese che la soffre. Per quanto obbrobrioso ci sembri  un regime (penso per esempio all’Arabia Saudita), non è difendibile l’intervento di potenze per liberare il popolo dal giogo della monarchia.

Le lotte antimperialiste e anticoloniali sono sempre state guidate dal principio della sovranità nazionale, dalla solidarietà con il popolo del Vietnam fino al sostegno con il popolo algerino nelle loro rispettive lotte per l’indipendenza. Oggi passa per il rifiuto all’interferenza dell’OEA, dalla mano del signore Almagro, per abbattere il governo di Nicolàs Maduro, così come il comportamento di vari governi latinoamericani.

In parallelo, quelli che rifiutano l’invasione dell’OTAN in Libia o l’intervento degli Stati Uniti in Colombia, non possono sostenere, per esempio, l’interferenza della Cina nella guerra civile in Sri Lanka o della Russia in Siria. In questo punto, sembra evidente che le analisi si allontanino dall’unanimità.

Le guerre tra stati son ben differenti dalle lotte tra classi. Un secolo fa Lenin chiamava a trasformare la guerra interimperialista in guerra di classe, poiché rifiutava di sostenere alcuna fazione. La vittoria della rivoluzione russa e la posteriore creazione di un campo socialista, indebolì il principio della sovranità delle nazioni, al punto che buona parte delle sinistre sostennero l’invasione della Cecoslovacchia per mano dell’Unione Sovietica, nel 1968, con la scusa della lotta contro l’imperialismo.

In America Latina la gran parte dei movimenti popolari non dubitano sulla necessità di difendere la sovranità del Venezuela. Nonostante ciò, esiste una profonda divisione su se in quel paese ci sia o ci sia stata una rivoluzione, sul fatto che la difesa dell’indipendenza del paese sia sinonimo della difesa di un presunto processo rivoluzionario.

A mio parere, a Cuba c’è stata una rivoluzione. Ma in Venezuela non c’è stata. Il nucleo di una rivoluzione ruota intorno alla creazione di un nuovo potere, che implica la soppressione delle burocrazie civili e militari da parte del popolo in armi e l’elezione e la revoca dei funzionari. Qualcosa che non può essere fatto in forma graduale, ma tramite la critica delle armi (Marx). In Venezuela, il potere è in mano agli alti comandi militari e dei funzionari statali, che sono spesso le stesse persone.

È vero che il cosiddetto processo bolivariano ha fatto cose importanti, come la creazione di molteplici organizzazioni di base: tavoli tecnici sull’acqua, comitati dei terreni urbani, consigli comunali e comuni, che coinvolgono centinaia di migliaia di persone. Queste organizzazioni sono state promosse e sostenute dai governi di Hugo Chavez e Nicolás Maduro per affrontare questioni di alloggi, acqua, viabilità e persino attività produttive.

Non sono, tuttavia, organizzazioni di potere popolare ma parte della struttura dello Stato, come indica un recente lavoro di Edgardo Lander. I soviets in Russia furono una volta organismi di potere popolare, avevano poteri reali, cioè armi, perciò prendevano decisioni e le facevano applicare.

Nonostante queste considerazioni, mi sembra chiaro che in Venezuela c’erano e ci sono processi popolari molto interessanti. Forse il più grande successo del chavismo, è stato  l’avere contribuito a generare una crescita esponenziale dell’autostima dei settori popolari, qualcosa che non ha paragoni in nessun  altro paese della regione.

Questa enorme autostima ha portato a che, attraverso molte organizzazioni locali, “los de abajo” si siano appropriati  di parcelle significative delle  loro vite, anche se non hanno il potere nelle loro mani. Cosa che ha trattenuto le ambizioni della destra e dell’impero.

In ogni caso, né la cattiva gestione di Maduro, né la corruzione imperante, possono giustificare l’aggressione esterna, né l’interferenza nel processo. Questo dovrebbe essere risolto solo dai venezuelani.

Traduzione a cura della redazione di Cronache Latinoamericane.

Raùl Zibechi, Lo que debemos defender en Venezuela , pubblicato il 15/09/2017.

 

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