L’improbabile ritorno del “lulismo”

Anche se nel 2018 vincerà le presidenziali, come dicono le inchieste, ed eviterà di essere rinchiuso in una cella, per l’ex presidente Lula non ci saranno condizioni economiche e politiche per far rivivere il “miracolo” che gli ha permesso di migliorare la situazione dei poveri senza toccare i ricchi.
Il suo ipotetico governo non potrebbe contare sulle basi imprenditoriali, militari e sociali che dettero vita al progetto Brasile-potenza.

Da quando Joesley Batista, Ceo della principale impresa del freddo del mondo (JBS), ha diffuso la registrazione di una riunione che ha avuto con il presidente Michel Temer, il fragile governo brasiliano è entrato su un piano inclinato che può portare alla sua destituzione. I livelli di approvazione del presidente sono anche più bassi di quelli di Dilma Rousseff nei giorni precedenti alla sua caduta, e si avvicinano al nulla: meno del 5 per cento.

Quello che mantiene il governo di Temer è la respirazione assistita di due partiti: il suo (PMDB), maestro di equilibrismi di una falsa governabilità, e il socialdemocratico di Fernando Henrique Cardoso (PSDB), che, incredibilmente, sostiene un governo corrotto con il pessimo argomento che se cade le cose sarebbero anche peggiori.

Nonostante ciò lo stesso Cardoso ha preso le distanze dal governo, facendo marcia indietro su dichiarazioni fatte appena tre giorni prima, e ha chiesto a Temer “un gesto di grandezza” affinché rinunci e anticipi le elezioni generali (Brasil 24/7, 17-VI-17).

È evidente che la politica brasiliana attraversi una situazione sommamente complessa, e soprattutto imprevedibile. Due agenti del potere, come la catena Globo e l’ex presidente Cardoso, chiedono l’uscita del presidente che lotta strenuamente per rimanere in carica contro  venti e maree. La cosa peggiore è che possa riuscire a giungere alla fine del suo mandato, qualcosa che parla molto male della classe politica settentrionale.

Tre sono le ragioni che spiegano una crisi politica che sembra non avere fine: il pantano economico dal quale non si vede la via d’uscita, le continue denunce di corruzione che vanno oltre, e il rinnovato attivismo della società brasiliana. In questo panorama, le inchieste dicono -in modo consistente negli ultimi mesi- che Lula è il politico più popolare del Brasile, che vincerebbe al primo turno e anche al ballottaggio, contro tutti gli altri politici.

Così le cose, vale la pena indagare che opportunità ha Lula di ripetere la presidenza e di farlo in modo più o meno di successo, dopo gli intensi cambiamenti che dal giugno del 2013 ha sperimentato la società, quando 20 milioni di brasiliani, in 353 città del paese, si sono lanciati nelle strade contro la repressione poliziesca e la disuguaglianza, sotto l’ultimo governo del Partito dei Lavoratori (PT).

La seconda questione è come potrebbe un ipotetico governo di Lula rilanciare l’economia, che sotto il suo mandato ha vissuto un periodo di eccezionali prezzi delle commodities (soia, minerali e alimenti), che ora sono crollati evaporando i principali surplus commerciali e i bilanci dei conti della federazione.

Tornare al 2003?
Il governo inaugurato il 1 gennaio 2003 ha avuto una forte base parlamentare che, durante le due presidenze di Lula, ha contato su più di 15 partiti a proprio favore. L’abilità politica di Lula, in un momento in cui la società chiedeva dei cambiamenti sull’applicazione delle ricette neoliberali privatizzatrici, si è basata su quel ampio sostegno parlamentare.

Era una base molto eterogenea, attaccata con gli spilli, giacché presupponeva di consegnare pezzi di potere a partiti ritrosi e corrotti, come il PMDB di Temer. Quei fanghi hanno portato fanghi che sono stati sparsi dalla crisi economica del 2008, fino a trasformare la governabilità lulista in una fetida palude.

Ma la cosa principale del governo di Lula non girava intorno alle alleanze parlamentari, ma si fondava su un progetto di lungo respiro appoggiato su un treppiedi che sembrava solido: alleanza con la borghesia brasiliana, sviluppo di un progetto industriale-militare per garantire l’indipendenza dagli Stati Uniti, e una pace sociale poggiata su politiche contro la povertà che hanno permesso a 40 milioni di brasiliani la loro sociale attraverso il consumo.

La prima zampa implicava l’utilizzo di copiosi fondi della banca statale di sviluppo (BNDES) per selezionare le imprese che Lula chiamò “campionesse nazionali” e lanciarle sul mercato mondiale con il marchio Brasile-potenza. Quelle furono un pugno di imprese delle costruzioni (Camargo Correa, Odebrecht, OAS, Andrade Gutierrez, tra le più conosciute), trasformatrici di alimenti (come JBS), alcune grandi dell’acciaio (Gerdau), oltre all’impresa petrolifera statale Petrobras, che è giunta a figurare tra le prime del mondo.

La protezione statale (e dei fondi pensione controllati dai sindacati) lubrificò fusioni, capitalizzazioni e opere pubbliche (in Brasile e soprattutto in Sudamerica) che permisero il decollo di queste “campionesse”. Le centinaia di opere di infrastruttura della regione (segundo le linee del COSIPLAN, ex IIRSA), furono finanziate dal  BNDES alla condizione che per la loro esecuzione fossero contrattate imprese brasiliane.

La seconda zampa implicava un’alleanza con le forze armate, che si consolidò nel 2008 con la pubblicazione della “Strategia nazionale di difesa” -che propose la creazione di una potente industria militare-, e gli accordi con la Francia, ugualmente nel 2008, per la costruzione di sottomarini convenzionali e nucleari. Si trattava di modernizzare le tre armi per difendere l’Amazonia verde e quella azzurra -ossia i copiosi giacimenti petroliferi off shore scoperti dalla Petrobras nel decennio del 2000.

Poco importava che la strategia di difesa fosse una riedizione appena modificata degli ambiziosi piani espansionisti dei militari conservatori guidati dal geostratega Golberty do Couto e Silva, promossi dalla dittatura militare instaurata con il golpe del 1964.

L’impresa selezionata dall’Esecutivo per costruire gli arsenali dove si sarebbero fatti i sottomarini fu la Odebrecht, senza che avesse luogo alcuna gara d’appalto. Fu anche proposto di creare un’area militare per sviluppare altri progetti, che andavano dai razzi fino agli aerei da combattimento, giacché l’ex statale Embraer si mostrava renitente a collaborare con alcuni progetti che implicavano la cooperazione con la forza aerea russa.

Una società differente
La terza zampa della governabilità lulista era lubrificata dal piano Borsa Famiglia, che giungeva a 50 milioni di persone e promuoveva il consumo dei settori popolari. La povertà scese ancor di più che durante il periodo di Cardoso, ma le famiglie si indebitarono: nel 2015 il loro indebitamento con le banche consumava il 48 per cento delle loro entrate, più del doppio che nel 2006.

La crisi fece sì che buona parte di quelle famiglie tornassero a cadere nella povertà, e l’illusione del consumo svanì, lasciando una scia di risentimenti di cui approfittarono, inizialmente, le destre.

Percependo che la disuguaglianza continuava a crescere e che non avevano un futuro in un paese che si disindustrializzava per esportare soia, carne e minerali, milioni di giovani si lanciarono nelle strade nell’inverno del 2013, in piena Coppa delle Confederazioni che doveva porre il paese nella vetrina di successo della globalizzazione. La repressione fu l’unica risposta del PT, giustificata con il singolare argomento che “fanno il gioco della destra”.

Negli anni seguenti diventò evidente che il giugno del 2013 non era affatto una spaesata rondine. In quell’anno si registrò il record di scioperi, superando anche le cifre del 1989 e del 1990, quando il movimento operaio ebbe il suo picco di attivismo, alla fine della dittatura. Ma ora erano i ceti più poveri dei salariati che irrompevano nella vita collettiva, come i raccoglitori di immondizia di Rio de Janeiro, quasi tutti neri e abitanti delle favelas.

La domanda da un milione
Come potrebbe Lula ricostruire un progetto di governo quando le tre zampe che hanno sostenuto la sua precedente gestione sono crollate? Le denunce di corruzione hanno fatto cadere a gambe all’aria le sue “campionesse nazionali”, che si trovano sulla difensiva, in particolare l’Odebrecht, che era, simultaneamente, il sostegno del suo progetto industrial-militare. Il danno inflitto rende impossibile che in ambedue i casi si torni sui propri passi.

Ma la cosa più significativa è che la pace sociale che aveva ottenuto con le sue politiche sociali l’hanno rotta i beneficiari di queste, verificando che quello era insufficiente se non si attaccava la brutale concentrazione di ricchezza in uno dei paesi più disuguali del mondo. Il “miracolo lulista” è consistito nel migliorare la situazione dei poveri senza toccare i privilegi dei ricchi. Appena svanito, quelli in basso sono usciti dai loro quartieri per verificare la cattiva qualità dell’educazione e dei servizi sanitari, il pessimo trasporto pubblico e il razzismo imperante nella società che rinasceva appena “invadevano” spazi nuovi, come le sale d’attesa degli aeroporti.

Alla rottura delle tre zampe della governabilità petista (del PT) bisognerebbe aggiungere altri tre fatti: l’economia attraversa il suo peggiore momento del secolo, con tre anni consecutivi di recessione; non ci sono risorse per sostenere una nuova onda di ascesa sociale dei più poveri, aggiungendo al fatto che le famiglie patiscono un forte indebitamento.

La terza è la brutale polarizzazione sociale. Il razzismo, che è un marchio fondazionale e istituzionale del Brasile, si è intensificato fino a estremi inimmaginabili anni addietro. Le principali vittime sono le donne e i giovani neri e, pertanto, poveri.

Il motto della campagna elettorale del 2002, “Lula pace e amore”, in questo momento suonerebbe come una burla grottesca. Non c’è più un margine politico per prendere in considerazione la povertà senza realizzare riforme strutturali. Governare per quelli in basso presuppone, nelle attuali condizioni, lottare contro quelli in alto. Lula sarà capace di prendere il cammino della lotta di classe, che non ha percorso nemmeno quando era sindacalista?

23 giugno 2017
Brecha
http://brecha.com.uy/improbable-retorno-del-lulismo/
tratto da Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Raúl Zibechi, “El improbable retorno del lulismo” pubblicato il 23-06-2017 in Rebelión, su [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=228362]

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