Cosa sta succedendo in Brasile? Cronache di un paese in lotta.

Il 28 Aprile il Brasile è stato paralizzato dallo sciopero generale più grande della sua storia, il primo dopo vent’anni. I brasiliani si sono ribellati alle politiche anti popolari del governo di Michel Temer. Quest’ultimo, appoggiato dalle oligarchie brasiliane, vuole portare avanti delle politiche volte a salvaguardare gli interessi della classe padronale sulla pelle delle fasce meno abbienti del paese, tutto questo in mezzo a una devastante crisi economica. Nel 2018 ci saranno nuove elezioni e il PT[1] sta cercando di capitalizzare lo scontento generale e la forza accumulata dopo lo sciopero generale. Lula vorrebbe essere il candidato alla presidenza, anche se sulla sua testa pendono cinque procedimenti penali per corruzione.

Com’è possibile che il Brasile, uno dei paesi emergenti globalmente  a livello economico, sia sprofondato in questa crisi?  Chi sono stati i  protagonisti dello sciopero generale?

I  brasiliani si sono dimenticati della feroce repressione del 2013 del governo Rousseff e della corruzione del suo partito?  Che prospettive si aprono oltre le elezioni politiche?

 

Il declino del Partito dei Lavoratori  e le origini della crisi economica

Dopo due mandati di Luiz Inàcio Lula da Silva (2003-2010), la poltrona presidenziale passa a Dilma Rousseff, dello stesso partito politico del suo predecessore, il PT. Continua così, come definito dallo stesso Lula, “il circolo virtuoso di crescita capitalista  con inclusione sociale” e il patto sociale conservatore del PT che non prevede la mobilitazione sociale.

Con l’arrivo della crisi economica, il gioco dei consensi politici si indebolisce. Le politiche di stampo neokeynesiano del gigante brasiliano cercano di stimolare i consumi attraverso l’aumento degli stipendi, gli sgravi fiscali e i sussidi per l’acquisto dei beni, ma nonostante questo la disoccupazione continua ad aumentare, di conseguenza cresce anche l’inflazione. Ciò provoca la riduzione degli investimenti e la perdita di competitività del settore industriale, conseguenza dell’aumento dei costi di produzione.  Così l’attività economica si indebolisce e il paese comincia la sua veloce recessione.

Senza alleanze solide nel parlamento  il PT fu incapace di approvare misure fiscali che permettessero di rinvertire il deterioramento economico. Questa condizione si aggravò con la scoperta degli scandali di corruzione dell’impresa petrolifera statale (Petrobras) che punta il dito su tutto il sistema politico brasiliano indipendentemente della bandiera politica, portando al taglio del 25%  nel suo piano di investimenti. Successivamente  uscirono alla luce altri scandali di corruzione, famoso tra tutti il caso Obredetch, gigante brasiliano nella costruzione  di grandi opere infrastrutturali in tutto il continente.

La recessione economica e gli scandali di corruzione portarono alla delegittimazione della classe politica del paese provocando il deterioramento della fiducia nel Brasile del capitale speculativo  internazionale. Intanto il governo Rousseff faticava a ricavare le imposte per colpa della paralisi economica nazionale, così si vedeva obbligata a sollecitare denaro in prestito con maggiori interessi  per combattere l’inflazione, portando il debito pubblico a raggiungere l’attuale 80.5% delPIL.

Da due anni il Brasile è sommerso dalla peggiore crisi e recessione economica degli ultimi cento anni e nello screditamento della sua classe politica, situazione che si aggrava sempre di più  in conseguenza dell’aumento degli scandali di corruzione che vengono alla luce e sono resi pubblici grazie all’operazione Lava Jato[2]. In questo contesto, nel maggio scorso, assume il potere Michel Temer   dopo che Dilma Rousseff era stata accusata dal Parlamento di manipolare conti pubblici.

L’uscita del PT e della Rousseff dal governo significò un duro colpo per i settori storicamente dimenticati del Brasile, ma la loro permanenza al potere non avrebbe garantito un freno  ai tagli sociali che loro stessi avevano attuato all’inizio del loro secondo mandato. Nonostante la maggioranza della popolazione brasiliana fosse favorevole all’impeachment contro Dilma Rousseff, questa stessa maggioranza non appoggiò in forma determinante il governo nato da questa destituzione.

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Michel Temer e la rivincita delle oligarchie brasiliane 

Temer deve governare un periodo di transizione politica fino alle prossime elezioni di ottobre 2018, per questo non si fa problemi a portare avanti le peggiori politiche economiche impopolari chieste dai grandi gruppi del capitale nazionale, senza preoccuparsi del suo esaurimento politico visto che non sarà candidato alle prossime elezioni. Uomo della massoneria, sei volte legislatore del Partito Movimento Democratico Brasiliano, è stato eletto Presidente della Camera dei Deputati in tre diverse occasioni. In fondo è semplicemente una marionetta dell’oligarchia brasiliana, oltreché il Fondo Monetario Internazionale vede il progetto di Temer come imperativo per uscire dalla peggiore recessione della storia del paese.

Attualmente il Brasile ha un tasso di disoccupazione del 13.7% ( 14.2 milioni di persone) e un terzo dei suoi ministri sono indagati per corruzione. Nel mese di dicembre scorso la Camera dei Deputati ha approvato una legge che congela per vent’anni la spessa pubblica destinata ai programmi sociali, specialmente nei settori della salute e dell’istruzione. Seguendo la stessa corrente anti popolare, tre mesi dopo venne approvata una bozza di legge per la riforma del lavoro che in caso fosse approvata  dal Senato prevederebbe l’outsourcing lavorativo in qualsiasi ambito dell’attività economica nel paese, la diminuzione degli sgravi fiscali alle imprese, l’aumento del termine dei contratti temporanei e la drastica riduzione del potere di negoziazione delle organizzazioni sindacali.  Si vuole eliminare la negoziazione collettiva tra sindacati e imprese, lasciando i lavoratori da soli a dover negoziare direttamente con i padroni. Un altro punto della flessibilità normativa riguarda la possibilità data al datore di lavoro di  dividere gli attuali 30 giorni di ferie in tre parti e la riduzione del 50% della multa per licenziamento.

Questa situazione ha costretto i sindacati a convocare uno sciopero il 15 marzo, risultato molto forte, con l’appoggio massivo della popolazione e dei settori dei lavoratori che volevano scioperare da tanto tempo. Lo sciopero è stato cruciale nel settore dei trasporti e dell’istruzione soprattutto a San Paolo. Nello stato di Minas Gerais cominciò una forte mobilitazione del settore dell’istruzione. In tutto il paese la classe lavoratrice entrò in scena, paralizzando ampi settori dell’amministrazione pubblica, le università e le scuole, così come i servizi strategici dell’industria. Centinaia di migliaia di persone scesero nelle strade[3].

Ma il governo non diede tregua e intensificò gli attacchi ampliando la terziarizzazione che colpisce soprattutto le donne e i neri più poveri. E ora si preparano a votare  la riforma delle pensioni, che nonostante le modifiche del governo dopo la mobilitazione, impone età e tempo minimo per andare in pensione, che per la maggior parte dei lavoratori significa lavorare fino a crepare.  In sintesi, Temer vuole attaccare lo stato sociale e i diritti dei lavoratori per favorire le imprese.

Gli attacchi sono continuati dopo lo sciopero del 15 marzo a causa della tregua imposta dalle organizzazioni sindacali  burocratiche, specialmente la CUT[4], Fuerza Sindical y CTB[5] che hanno aspettato un mese e mezzo per chiamare una nuova mobilitazione per il 28 aprile.

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L’imponente sciopero generale del 28 aprile

Convocato sia dalle organizzazioni sindacali contrarie al governo sia da quelle vicine che avevano votato a favore dell’impeachment contro Dilma Rousseff, lo sciopero ha cercato di dare un duro colpo al progetto di riforma del lavoro e del sistema pensionistico, alla disoccupazione e ai bassi salari. Trentacinque milioni di brasiliani sono scesi in piazza, quarantaquattro giorni dopo lo sciopero del 15 marzo e dopo la forte mobilitazione delle donne dell’8 marzo, è stato senza dubbio lo sciopero più grande della storia del paese.

Fondamentale è stato il ruolo della CUT che con 4 milioni di affiliati rappresenta circa il 31% del sindacalismo nazionale. Ma il resto delle organizzazioni sindacali non sono rimaste indietro, più per istinto di sopravvivenza che per una volontà sincera di difendere i diritti dei lavoratori. Non bisogna dimenticare che la riforma del lavoro prevede anche l’eliminazione dell’imposta sindacale che finanzia le organizzazioni sindacali.  Nonostante questo, sono state le basi sindacali a imporre lo sciopero alle organizzazioni sindacali e non il contrario  e sono queste basi i principali artefici dell’esito dello sciopero.

Il paese è stato totalmente paralizzato. Stazioni, aeroporti, scuole, università e uffici si sono fermate. Il settore dei trasporti è stato determinante, ma lo sciopero è arrivato anche alle fabbriche, alle banche, agli uffici postali, alle grosse imprese siderurgiche e petrolifere, ai principali poli chimici e ai porti in quasi tutti gli stati. Centocinquanta città disperse in tutto il paese hanno registrato proteste, tra queste le principali: Aracaju, Belo Horizonte, San Paolo, Recife, Curitiba, Salvador, Campinas, Brasilia, Rio de Janeiro e Santa Rita. Ovunque sono state organizzate manifestazioni, picchetti e blocchi per mandare un chiaro segnale di unità e di rabbia al governo.

Un aspetto non secondario durante e prima dello sciopero è stato il ruolo dei media. Hanno cercato di convincere i telespettatori a prendere le distanze dallo sciopero. All’inizio cercarono di non parlarne e di non diffondere informazioni che rafforzassero quest’ultimo, credendo  così che i lavoratori  non sarebbero scesi in piazza e non si sarebbero informati indipendentemente da loro. Per fortuna esistono mezzi alternativi e ci sono le basi sindacali.  Nel giorno dello sciopero invece hanno mostrato la protesta dei trasportatori senza la partecipazione del resto della classe e hanno cercato di giocare la carta del vandalismo. Il giorno dopo, travolti dagli eventi del giorno prima, senza un minimo di dignità hanno cercato di sminuire le dimensioni della paralizzazione e la diversità dei settori che ne hanno aderito.

La repressione poliziesca è stata dura soprattutto a Rio  de Janeiro e San Paolo dove i lavoratori e i manifestanti che bloccavano ponti e strade sono stati sgomberati violentemente dalla polizia.[6]

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La memoria collettiva contro la trappola delle elezioni

A un anno e mezzo dalle prossime elezioni presidenziali la dimostrazione di forza dei settori popolari durante lo sciopero del 28 aprile ha sollevato tanta preoccupazione nei settori conservatori del paese. L’esito dello sciopero dimostra che los de abajo hanno recuperato una certa capacità organizzativa e di mobilitazione. Così hanno messo in seria difficoltà il governo che adesso vede difficile la possibilità di raggiungere i voti necessari per approvare i propri pacchetti economici. Alcuni parlamentari conservatori addirittura  fanno calcoli elettorali misurando i costi politici che possono provocare nei diversi territori  l’approvazione delle misure anti popolari.

Come abbiamo detto prima, i sindacati hanno avuto un ruolo importante durante questo sciopero ma nonostante questo e le loro dichiarazioni trionfanti, bisogna rimarcare che la giornata del 28 aprile supera ampiamente la capacità di mobilitazione dei sindacati a cui il Brasile è abituato. Da decenni, quest’ultimi hanno perso protagonismo per almeno tre motivi:

  • La deindustrializzazione vissuta negli ultimi anni ha ridotto e disperso la popolazione operaia, sostanzialmente di sesso maschile, nonostante sia ancora rilevante, esiste in numeri significativi soltanto a San Paolo.
  • Con la flessibilizzazione e l’aumento della precarizzazione del lavoro, il sindacalismo brasiliano non è stato in grado di generare forme alternative di organizzazione operaia in grado di superare i vecchi schemi della fabbrica o del centro di produzione come unico ambito di interrelazione operaia.
  • Inizialmente i governi di Lula e di Dursselff accentuarono il controllo statale sui sindacati, utilizzando la già nominata “imposta sindacale” e altri fondi pubblici. Cooptarono anche centinaia di membri della burocrazia sindacale che cominciarono a percepire grossi stipendi e commissioni per partecipare nelle amministrazioni delle imprese statali e private, così come nei fondi di pensioni e negli innumerevoli posti e gruppi ministeriali creati negli ultimi 14 anni di governo del PT.

Dopo il 28 aprile esiste la possibilità che i sindacati di base e di classe  si riorganizzino, ma l’esperienza degli ultimi decenni non delinea un orizzonte molto ottimista.

Purtroppo però dietro allo scenario delle lotte sociali, lo sciopero generale fa da cornice alle dispute politiche per arrivare al trono presidenziale nel 2018. Mentre Temer non desiste nel portare avanti a tutti i costi i suoi pacchetti economici, Lula dichiara di poter salvare il Brasile, ma  deve affrontare ancora cinque processi per corruzione  che potrebbero inabilitarlo per le prossime elezioni. La destra invece molto probabilmente punterà ad un outsider libero dello screditamento politico generalizzato  con il fine di mantenere la poltrona presidenziale durante i prossimi quattro anni.

Al di là dei sindacati e delle organizzazioni vicine al PT come il “Frente Brasil Popular” e il “Frente Pueblo sin Miedo”, questo sciopero è stato caratterizzato dalla partecipazione di organizzazioni sociali non vincolate alla sinistra tradizionale. E’ il caso del  MTST[7] che dopo vent’anni di esperienza si rinnovò a partire dalle mobilitazioni di giugno 2013 contro i mondiali di calcio[8], organizzando prima dello sciopero generale del 28 aprile assemblee nei quartieri periferici di San Paolo per spingere la giornata. Allo stesso modo gli insegnanti e gli studenti che l’anno scorso occuparono scuole (mobilitazione che fu conosciuta come “Primavera Secundarista”) e che in quella occasione si sono dovuti scontrare con direzioni sindacali e associazioni di genitori conservatori. Altri protagonisti sono stati il MRT[9], il movimento dei neri e anche gli innumerevoli gruppi che attualmente danno forma al movimento femminista brasiliano.

Questi gruppi superano il paradigma del PT che dagli anni ’80 si stabilì come referente della sinistra brasiliana. Sebbene ancora con forze minoritarie nella cartografia sociopolitica brasiliana, sono i gruppi sociali che insieme ad alcuni partiti trotskisti ( PSOL[10] Y PSTU[11]) e alla REDE[12] di Marina Silva cercano di sfuggire da una strategica polarizzazione politica che ha come obiettivo, come se non fosse successo niente, ristabilire l’egemonia del PT esaurita a seguito dell’impeachment.

Il MRT in un suo comunicato  prima dello sciopero generale[13] dice che  la prima cosa da fare è discutere e costruire un nuovo progetto per la società brasiliana e non rieditare le vecchie uscite di conciliazione rappresentata dal PT al potere, affrontando come primo passo la controffensiva del governo.  Tutti quelli che difendono lo slogan “Fuera Temer” dovrebbero unificarsi in questa prospettiva, non permettendo che questa si trasformi in uno slogan che esaurisce il governo, ma solo col obiettivo di spianare la strada a Lula nelle elezioni del 2018, come vorrebbero la CUT, il CTB e altri settori. Continua poi: “ Non possiamo pensare che eleggere Lula nel 2018 sia la soluzione ai nostri problemi, né credere in quelli che ci vendono questo come prospettiva. Il PT già mostrò cosa intende per cambiamento, sporcandosi le mani con la corruzione e attaccando i movimenti. Non possiamo nemmeno aspettarci che le indagini giudiziarie contro la corruzione di Lava Jato bastino a dare una soluzione a favore dei lavoratori” “Non bisogna cambiare i giocatori in campo, ma le regole del gioco”

Il PT è lontano da dimostrare il minimo pentimento per aver represso nel giugno del 2013 le proteste contro i mondiali di calcio, aver incrementato attraverso la Polizia Militare lo stato di eccezione permanente nei territori periferici dove abitano i poveri del paese e per essere coinvolto nella maggior parte dei casi di corruzione e malaffare degli ultimi anni. In più non è riuscito e non ha voluto costruire un modello alternativo al disegno neo- liberale brasiliano, anzi ha stretto patti con gruppi importanti del capitalismo nazionale e internazionale, permettendo che la metà della crescita del paese rimanesse nelle mani del 5% più ricco della popolazione. Questi sono alcuni esempi dei limiti del progressismo brasiliano.

Pensare a un unione strategica tra i movimenti urbani metropolitani e le esperienze di lotte territoriali per la difesa dell’ambiente e della terra, tra contadini, indigeni e abitanti delle grosse città rimane una scommessa ancora da costruire, ma che potrebbe aprire degli scenari molto interessanti.

L’intellettuale brasiliano Walter Porto Goncalvez dice che dopo la caduta del muro di Berlino, la crisi della sinistra aprì spazi che vedevano la lotta per la terra da un altro punto di vista teorico e non da un prospettiva sindacale contadina classica, ma come lotta per la vita, per la dignità e per il territorio. Queste furono le eredità dei grandi movimenti che irruppero sulla scena dalla fine degli anni ottanta e questo è un altro orizzonte teorico-politico fuori dalle grandi strutture dei partiti Brasiliani, un orizzonte disegnato dai movimenti indigeni e contadini. Afferma poi che “bisogna sostenere le esperienze urbane di mutuo appoggio, las mingas[14], le fiere e altre forme di economia dal basso disponibili e che tanta gente realizza per vivere. Tutto questo repertorio di pratiche, che solitamente è parte della memoria indigena, ci serve come referente per creare un altro orizzonte e un altro modo di fare politica”[15]

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FONTI:

http://aldhea.org/brasil-retos-en-clave-de-tragedia-griega-para-la-construccion-de-una-nueva-izquierda/

http://www.elciudadano.cl/2017/04/26/379912/brasil-realizara-este-viernes-la-primera-huelga-general-desde-1996-contra-el-ajuste-neoliberal-de-michel-temer/

http://www.rebelion.org/noticia.php?id=226234&titular=%93la-bases-impusieron-la-huelga-a-las-centrales-sindicales-no-lo-contrario%94-

http://www.laizquierdadiario.com/28A-los-trabajadores-paralizan-las-principales-ciudades-de-Brasil

http://www.laizquierdadiario.com/VIVO-Policia-reprime-a-huelguistas-en-San-Pablo-y-Rio-de-Janeiro

[1]  Partito de los Trabajadores (Partito dei Lavoratori)

[2] L’indagine più grande nella storia del Brasile contro il sistema di corruzione di imprenditori e politici, tra cui figurano Lula e la Rousseff, uscita pubblicamente nel marzo del 2014.

[3] https://www.youtube.com/watch?v=FtEbz_mQi4k

[4] Central Única dos Trabalhadores (Centrale Unica dei Lavoratori)

[5] Central dos Trabalhadores e Trabalhadoras do Brasil (Centrale dei Lavoratori e delle Lavoratrici del Brasile)

[6]https://www.youtube.com/watch?v=w8ECvzZI3Ws , https://www.youtube.com/watch?v=Juogy57tO48 , https://www.youtube.com/watch?v=kk_QCeSD9w4 , https://www.youtube.com/watch?v=CSaDsVYy6yo , https://www.youtube.com/watch?v=GI3Mg8wNHzo , https://www.youtube.com/watch?v=S3Jy7raExsg

[7] Movimiento de los Trabajadores sin Techo (Movimento dei Lavoratori senza Casa)

[8] https://www.youtube.com/watch?v=o1zkOtxcg28

[9] Movimiento Revolucionario de Trabajadores (Movimento Rivoluzionario dei Lavoratori)

[10] Partito Socialismo e Libertà

[11] Partito Socialista dei Lavoratori Unificato

[12] Rede Sustentabilidade

[13] http://www.laizquierdadiario.com/Declaracion-del-Movimiento-Revolucionario-de-Trabajadores-MRT-de-Brasil-ante-la-huelga-general-del

[14] Forme organizzative comunitarie, dove tutta la comunità si mette in gioco per raggiungere un obiettivo comune.

[15]http://latinta.com.ar/2017/04/la-lucha-por-la-vida-por-la-dignidad-y-por-el-territorio-nos-marca-otro-horizonte-de-sentido-politico/

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