VENEZUELA TRA RESISTENZA E REPRESSIONE

Nelle ultime settimane la situazione politica in Venezuela si è infiammata, dalla sospensione delle funzioni del Parlamento da parte del TSJ (Tribunale Supremo di Giustizia) alla repressione feroce contro la popolazione, nell’ultima settimana ci sono state tre manifestazioni dove ci sono stati scontri, decine di feriti, più di cento cinquanta arresti e la morte di un ragazzo di 19 anni. La situazione non sembra calmarsi. L’opposizione ha chiamato nuove manifestazioni nei prossimi giorni, l’obiettivo è la caduta del governo di Nicolas Maduro o l’anticipo delle elezioni presidenziali fissate per il 2018. Ma per capire come si è arrivati a questa situazione bisogna tornare alle radici della crisi.

Il crollo dell’economia venezuelana

Il Venezuela possiede una delle riserve petrolifere più grandi del mondo, più che l’ Arabia Saudita. L’impresa statale PDVSA è incaricata di estrarre il petrolio nel paese. Uno dei  primi risultati della rivoluzione bolivariana fu la creazione del SISDEM ( il sistema di democratizzazione del lavoro ) sistema che permise di quadruplicare i posti di lavoro soprattutto nell’impresa statale PDVSA, nonostante ciò il Venezuela continuava a produrre la stessa quantità di barili di petrolio di prima. Questo significa che all’aumento dei posti di lavoro non è corrisposto un aumento della produzione. Lo stesso avvenne nel settore pubblico statale, motivo per cui la spesa pubblica aumentò di tre volte durante il governo di Hugo Chavez.

Gli ingressi derivati dalla vendita di petrolio comunque erano enormi. Grazie a questi ingressi l’indice di povertà è diminuito dal 60% al 30%, la mortalità infantile del 50% e in educazione e salute il governo investiva il 21% del PIL del paese, tutto questo in soli 4 anni fino al 2012.

Nel 2012 il 95% delle esportazioni del paese erano legate al petrolio, motivo per cui l’intera economia del Venezuela era legata a questa materia prima.  Poichè il prezzo della vendita del barile era superiore ai costi per la sua estrazione il Venezuela sembrava essersi assicurato un futuro  redditizio; nel 2014 però il prezzo mondiale del barile  cadde vertiginosamente e il Venezuela fu il primo a sentirne gli effetti.  Hugo Chavez era scomparso da poco  e al potere al suo posto era salito Nicolas Maduro.

Così comincia la crisi economica del Venezuela, lo stato non avendo più ingressi si trova in grossa difficoltà. Nel 2015 il governo decide di stampare moneta  ma il non aumento dei beni  e dei servizi  fa salire l’inflazione alle stelle, i prezzi  raddoppiano nel giro di pochi mesi e il bolivar (moneta nazionale del paese) perde valore rapidamente. Il governo stabilisce un tetto ai prezzi delle vendite dei prodotti e anche al valore del dollaro che poteva essere venduto ufficialmente solo dallo stato. Le importazioni nel paese che vengono pagate in dollari diventano impraticabili perché nessuno è disposto ad accettare il valore del dollaro fissato in Venezuela. Pagare il prezzo del mercato mondiale per portare dei prodotti in Venezuela significa andare in perdita dal momento in cui nel paese esiste questo tetto che fissa i prezzi. Si voleva controllare la speculazione sui prodotti di prima necessità e gli alimenti, ma non si è tenuto conto dell’inflazione, della corruzione e della fragilità del sistema economico del paese.

Il sistema produttivo in America Latina è limitato e incatenato al mercato mondiale,  ci sono tanti prodotti che hanno bisogno di materie prime che vengono prodotte in altre regioni del mondo. Per esempio l’Ecuador è uno dei maggiori esportatori di cacao al mondo, ma il cioccolato che trovate nei supermercati viene prodotto altrove, soprattutto in Svizzera, il potenziale produttivo per trasformare il cacao (materia prima) in cioccolato da vendere (prodotto finale) è limitato e non può competere con i grandi colossi della produzione.  I prezzi vengono fissati dai mercati mondiali  per salvaguardare gli equilibri di dipendenza e sottosviluppo attuale. Lo stesso successe in Venezuela, le importazioni erano necessarie soprattutto perché dal momento in cui tutto il suo sistema produttivo girava intorno al petrolio dipendeva dai prodotti venduti altrove per sostenere la sua economia. Il paradosso è che dopo la crisi al Venezuela conveniva importare petrolio piuttosto che produrlo nel proprio territorio per i costi di produzione.

Nel giro di due anni la produzione crolla e tante imprese chiudono o vengano nazionalizzate dal governo alcune per volontà propria altre per sussidiare i costi di produzione. Uno dei problemi più grandi si sono verificati quando il governo non ha saputo cosa farsene delle industrie nazionalizzate dal momento in cui non aveva la stessa capacità produttiva.

Ciò ha portato anche all’aumento della burocrazia e all’ultra centralizzazione del potere, tutto si svolge attraverso decreti, indicatori e istruzioni che tante volte  arrivano troppo tardi. Gli incentivi per la corruzione sono tanti, dal mercato nero dove si vendono prodotti a un prezzo maggiore o dollari a un prezzo più conveniente rispetto allo stato. D’altra parte c’è una grossa difficoltà nel controllare che non ci siano furti nelle risorse pubbliche. Il governo stesso ha dichiarato che si sono persi 25 milioni di dollari per colpa della corruzione. Nessuno si fida più di nessuno, lo stato deve spendere più soldi per controllare le importazione e i suoi cittadini.

La questione della vendita dei  generi alimentari è un capitolo importante nella crisi venezuelana. Si è arrivati anche a controllare le impronte digitali  per evitare che una stessa persona potesse acquistare più volte lo stesso prodotto[1]. Questo perché dal momento in cui i prodotti scarseggiano tutti cercano di comprare nell’immediato più prodotti possibile. Le lunghe file che centinaia di migliaia di persone devono fare ogni giorno sono l’immagine più impattante della crisi, non esiste una adeguata distribuzione, la gente litiga per un rotolo di carta igienica nonostante  ci siano tonnellate di alimenti e beni di prima necessità andati a male per la negligenza nella distribuzione. La cosa più strana è che le persone devano perdere  ogni  giorno tempo con le code, quando questo tempo potrebbe venire utilizzato per migliorare la distribuzione in un modo più solidale, ma il  centralismo non lo permette[2]. Anche le medicine scarseggiano.

Il governo da parte sua accusa la borghesia del paese e l’opposizione di stare giocando una guerra economica sporca insieme alle potenze occidentali capeggiate dagli USA contro la popolazione del paese. E’ vero che ci sono tanti casi in cui dei produttori hanno nascosto i  loro prodotti per accelerare la crisi, l’ingresso nel paese di valuta falsa per destabilizzare di più l’economia, ma soprattutto le ambizioni degli Usa nel riprendere quel punto strategico del paese perso dal 1999, non bisogna dimenticare che gli Stati Uniti sono uno dei paesi che più consumano petrolio al mondo.

Le conseguenze della crisi hanno portato a un’emigrazione massiva, quasi un milione di venezuelani ha lasciato il paese.  Il Venezuela è diventato uno dei paesi più pericolosi del mondo, la crisi economica e la fame hanno provocato l’aumento della violenza sociale. Sequestri, omicidi, furti, rapine sono all’ordine del giorno. Il senso di insicurezza generalizzato non aiuta di certo al miglioramento della situazione.

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Cosa è successo in Venezuela nelle ultime settimane?

Per capire la situazione attuale in Venezuela bisogna prima spiegare lo scontro di poteri tra l’organo legislativo e quello giudiziario che è in atto da un anno e mezzo, da quando nel 2015 l’opposizione vinse alle elezioni 112 dei 167 posti dell’assemblea nazionale. Nicolas Maduro  da parte sua nominò 13 nuovi magistrati e 22 supplenti nel TSJ  in mezzo alle polemiche poco prima che si istaurasse il nuovo parlamento e da quel momento il TSJ  si è dichiarato in stato di disobbedienza  nei confronti del Parlamento.  In questo anno e mezzo il Parlamento ha approvato una legge per l’amnistia dei prigionieri politici, ha destituito il ministro dell’alimentazione e il ministro dell’energia. Destituì anche Maduro accusandolo di aver abbandonato il suo incarico e convocò nuove elezioni. Niente di tutto ciò si è realizzato perché il TSJ nell’ultimo anno ha emesso 56 sentenze che hanno annullato ogni decisione del Parlamento, in questo modo ha praticamente reso inutile il ruolo del legislativo. Anche il CNE (Consiglio Nazionale Elettorale) ha frenato il lavoro dell’opposizione in Parlamento, revocando una richiesta di referendum popolare per destituire Nicolas Maduro.

La crisi nella patria di Bolivar è peggiorata nelle ultime settimane. L’OEA(Organizzazione degli Stati Americani) attraverso il suo segretario Luis Almagro ha riconosciuto che il Venezuela vive una difficile situazione, cosa che ha fatto infuriare Maduro. L’opposizione aveva chiesto che si stabilisse una carta democratica con delle condizioni che Maduro doveva rispettare e delle sanzioni. Almagro si è limitato a una semplice dichiarazione.  Dopo pochi giorni il TSJ (Tribunale Supremo di Giustizia) con un emendamento  si è impossessata dei poteri del Parlamento venezuelano e ha sospeso l’immunità parlamentare dei deputati.  L’opposizione e il Parlamento dichiarano che in Venezuela c’è stato un colpo di stato, la Mercosur  (Mercado Comun del Sur, ne fanno parte Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile e Venezuela) condanna e chiede sanzioni contro il Venezuela. L’OEA denuncia un auto colpo di stato, il Perù ritira il proprio ambasciatore. Onu, Oea e la Mercosur chiamano una riunione urgente per risolvere la situazione. In varie città del paese ci sono proteste che vengono represse dalla polizia. Il clima in Venezuela costringe Maduro e il TSJ a fare marcia indietro dopo pochi giorni  e a sospendere i due emendamenti, per cui i poteri tornano al legislativo e si restituisce l’immunità parlamentare ai deputati, anche perché il TSJ si divide, una parte dichiara pubblicamente  l’incostituzionalità dell’emendamento. Nonostante questa decisione, ormai le acque si erano agitate e l’opposizione ha accelerato il suo attacco approfittando  della sofferenza  generalizzata.

Anti-government protesters clash with the police during a protest in Caracas

Manifestazioni e repressione

Venerdì 31 marzo un gruppo di studenti si è recato a protestare sotto la sede del TSJ a Caracas, sono stati aggrediti dalla GNB (guardia nazionale bolivariana), due studenti sono stati arrestati.[3] Sabato 1 aprile c’è stata una grossa manifestazione a Caracas contro il governo di Maduro. Martedì 4 ancora manifestazione a Caracas, il corteo vuole arrivare alla sede del Parlamento, la GNB e la PNB (polizia nazionale bolivariana) impediscono ai manifestanti di passare e nonostante alcuni dirigenti dell’opposizione invitassero la piazza a mantenere la calma, i manifestanti hanno cercato di sfondare il cordone di polizia e sono stati caricati , gassati  e aggrediti con pallottole di gomma dalla polizia, per ore ci sono stati scontri, 9 manifestanti sono rimasti feriti.[4]

Giovedì 6 aprile ancora migliaia di persone scendono in piazza in tutto il paese, a Caracas nell’Avenida Libertador il corteo resiste alle cariche, alle pallottole di gomma, ai lacrimogeni e agli idranti della polizia, dopo si sposta sull’autopista Francisco Fajardo.[5] La GNB e la PNB  irrompono nell’università di Valencia senza l’autorizzazione del rettore. Questo è uno dei giorni dove gli scontri sono stati più forti, decine di feriti e arresti. Durante la sera gli scontri sono continuati nella città di Carrizal, cinque giovani sono stati feriti da spari e  Jairo Ortiz un giovane di 19 anni è stato ucciso da uno sparo della PNB.  Il giorno dopo i vicini di casa di Jairo bloccano l’autopista.[6]  Il governo ha cercato di isolare la morte di Jairo Ortiz dal contesto generale dichiarando che non era presente in nessuna manifestazione, ma le testimonianze degli amici e dei vicini hanno obbligato il governo a cambiare versione, per ora un poliziotto è stato arrestato.

Venerdì il leader dell’opposizione Henrique Capriles viene interdetto per 15 anni da ogni consultazione elettorale. Sabato 8 aprile ci sono state manifestazioni a Tàchira, a Valencia, San Cristobal, Yaracuy, el Guaire, Zulia, Maturin e tante altre città.  A Caracas la polizia ha represso  come giovedì il  corteo che voleva arrivare al centro della città, questa volta attaccandolo alle spalle.  A Chacao alcuni manifestanti hanno assaltato una sede del TSJ. Durante la sera in vari quartieri periferici della città la popolazione ha dato alle fiamme barricate per bloccare le strade. In alcune città ci sono state denunce su presunti civili che sparavano sulla folla, la stessa denuncia si è sentita nei giorni scorsi.[7]

Dal 4 aprile ci sono stati 164 arresti di cui 74 sono ancora detenuti, la versione ufficiale del governo è che si tratti di criminali che vogliono destabilizzare il paese e che sono pagati dall’’opposizione per riempire le strade del paese di sangue, anche il fantasma del terrorismo si aggira negli uffici stampa del governo. Si cerca di depoliticizzare i manifestanti, criminalizzandoli all’estremo e fingendo che chi protesta sia solo un’esigua parte della popolazione mentre il resto del paese continua a lavorare in tutta normalità. L’opposizione ha chiamato per questo lunedì un’altra manifestazione e ha chiesto alla popolazione di prepararsi per la grossa manifestazione del 19 aprile che si annuncia cruciale.

VENEZUELA-CRISIS-OPPOSITION

Quando il problema è la sinistra

Ciò che è cambiato in quest’ultima settimana è il ruolo e la composizione della piazza, non si può più parlare solo di opposizione o di borghesia. Quelli che fanno la fila per un pezzo di pane, per medicinali che scarseggiano sempre di più, quelli che hanno visto le loro attività chiudere, la propria famiglia dividersi per il dramma dell’emigrazione, che hanno visto la propria università essere violata dalla follia repressiva e la propria generazione uccisa dal governo sono i protagonisti delle ultime proteste che hanno segnato un punto di non ritorno.  Anche alcuni movimenti sociali vicini al governo hanno scritto un appello per trovare una soluzione politica dal basso e hanno riconosciuto che la situazione non è più sostenibile.[8]

La polarizzazione delle posizioni che vede da una parte l’opposizione, gli Usa e le potenze occidentali e dall’altra il sovrano governo bolivariano socialista attaccato dai capitalisti non funziona più come metodo di lettura del contesto. Il Venezuela non è più un paese socialista da tanto tempo, la rivoluzione bolivariana è implosa, vittima non solo della cospirazione dell’opposizione e degli Usa, ma anche delle proprie contraddizioni.  Difendere ciecamente il governo venezuelano affidandosi ai ricordi dei tempi che furono è grave quanto aspettarsi dall’opposizione un cambiamento.. Le idee di libertà, uguaglianza, giustizia e prosperità della sinistra storica sudamericana,  vanno slegate dai governi progressisti perché creano confusione, sono diventate slogan e non prassi, sono state tradite e assorbite dentro un modello di sviluppo capitalista.  Non siamo più nei tempi romantici di Allende, dei barbudos cubani, di Sandino, dei Tupamarus. Il socialismo del secolo XXI ha mostrato al mondo i suoi limiti e ha ucciso definitivamente la sinistra. Il capitalismo negli ultimi anni si è ristrutturato anche in Latinoamerica, ha saputo riassorbire le lotte degli anni ‘90 e dei primi anni 2000, ha saputo statalizzare gli slogan e i linguaggi dei movimenti. Anche se in Venezuela le intenzioni iniziali erano buone, l’idea di rivoluzione sociale e di società democratica si è scontrata coi limiti della forma stato come guida rivoluzionaria. Questa rivoluzione come abbiamo visto nell’ex unione sovietica e nel resto dei paesi socialisti nel mondo si è sviluppata dentro i limiti del capitalismo che col tempo ha dettato le regole del gioco.

In Venezuela è in corso uno scontro di poteri, ma anche lo sviluppo di nuove forme di conflitto sociali al di fuori dei gruppi storici della sinistra,  i giovani che combattono nelle strade del Venezuela non appartengono a ideologie o gruppi politici precisi, non sono per forza simpatizzanti dell’opposizione ma non possono ne vogliono difendere il progetto bolivariano perché stanno vivendo sulla propria pelle cosa significa la farsa del socialismo in Venezuela.

La vecchia borghesia che in questi anni era rimasta ai margini  e che usa il popolo, contro la nuova borghesia che non è disposta a sacrificare la poltrona ne i propri privilegi a costo di reprimere quella società che voleva cambiare e che ora le si sta rivotando contro.

venezuela13

[1] https://www.youtube.com/watch?v=R_PMBfymPsY

[2] https://www.youtube.com/watch?v=VDMsG0zN6d0

[3] https://www.youtube.com/watch?v=9ARA0uIwIY4

[4]https://www.youtube.com/watch?v=iZnxoxWcBko https://www.youtube.com/watch?v=Ic1F9Wvjhvk

[5] https://www.youtube.com/watch?v=frYsoDh0agE

[6] https://www.youtube.com/watch?v=X1tBZIXjmmo

[7] https://www.youtube.com/watch?v=CSwUh2Cc60U https://www.youtube.com/watch?v=EZi4-Zanmj8

[8] https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/04/06/venezuela-comunicato-dei-movimenti-sociali-questa-situazione-e-insopportabile-per-la-nazione/

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