LA PACE CHE ARRANCA NEL FANGO

Il 26 settembre scorso all’Avana è stato firmato un accordo di pace tra le Farc e il governo colombiano, dando inizio ad un processo che sembra però ancora lontano dall’essere ultimato. I guerriglieri lasciata la giungla vivono in “zonas veredales”, aree di sicurezza e transizione spesso fatiscenti in cui dovrebbe compiersi il percorso di disarmo. Lasciate le armi la volontà è quella di costituirsi in partito politico e presentarsi alle elezioni del 2018, per continuare a lottare a fianco delle comunità abbandonate dallo Stato con altre forme. Come sottolinea questo articolo del 31 marzo pubblicato sul sito brecha.com.uy, le incertezze sono ancora molte e gli accordi da parte del governo sono ancora lontani dall’essere soddisfatti.

LA PACE CHE ARRANCA NEL FANGO

Due mesi dopo aver lasciato la giungla per iniziare il percorso di transizione verso la vita civile e politica, i membri delle Farc avvertono il ritardo nell’attuazione degli accordi dell’Avana. Centinaia di guerriglieri vivono in baracche senz’acqua corrente, esposte a fango e pioggia. Diffidano che le infrastrutture promesse arrivino mai.

Anche se è presto e fa freddo nella cordigliera centrale colombiana, Güérima Maheche, si prende cura della sua igiene. Un bacino d’acqua fangosa gli serve a radersi testa e barba, e a lavarsi i denti. Compie questi gesti da 22 anni, cioè da quando ne aveva  15. Tutta una vita con il fucile in spalla, anche se ora può deporlo. È uno dei 7 mila guerriglieri delle Farc che ha lasciato la giungla per concentrarsi in una delle 26 “aree di sicurezza” dove gli insorti aspettano di essere considerati cittadini a pieno titolo.

Güérima lascia la guerra senza alcuna paura ne stanchezza, “perché quando si fanno le cose per amore, non ci si stanca. Dobbiamo deporre le armi, perché per questo abbiamo lottato tanto tempo, per poter utilizzare la parola”, sottolinea. La sua vita da civile la immagina simile a quella attuale, lavorando a partire dalla politica e insieme alle comunità abbandonate dallo Stato per migliorare la qualità della loro vita, dice. Al suo fianco c’è Héctor Estiven, suo figlio dodicenne, che non vedeva da quattro anni. Nell’area di sicurezza di La Fila, nella regione di Tolima in Colombia centrale, non ci sono bombardamenti ne spari o esplosioni di mine.

Ci si è lasciati alle spalle tutto ciò il 26 settembre dello scorso anno, quando le Farc e il governo colombiano hanno posto fine a una guerra che durava da 52 anni, la più lunga nella storia dell’America Latina. Ora Héctor Estiven può far visita a suo padre senza alcun timore, anche se gli tocca lavarsi con l’acqua fredda in mezzo alle montagne. Sembra felice, nonostante si lamenti ogni volta che Güérima gli versa addosso una pentola d’acqua gelata. Sono le gioie che porta con sé la pace, anche se tutte le parti coinvolte insistono che essa non si firma, ma si costruisce. E vanno in questa direzione, anche se il processo è molto più lento rispetto alla giuria del Premio Nobel, che ha già concesso il riconoscimento al presidente Juan Manuel Santos.

Basta allontanarsi di un kilometro dalla felice scena del bagno per rendersi conto che il governo non sta adempiendo all’accordo. Non c’è nulla, solo un’immensa radura tra gli alberi che, quando piove, si trasforma in un pantano; e la pioggia è frequente nelle montagne del Tolima. È grazie a questa che i guerriglieri possono cucinare, lavare i vestiti e le stoviglie, perché ancora non hanno acqua corrente, ne docce. Nemmeno un bagno. Ogni passo senza scivolare è una vittoria, tanto più se si trasportano diversi chili di riso o un bambino di pochi mesi. Non era quello che si aspettavano quando, due mesi fa, avanzavano in colonne dalla giungla fino al punto di transizione, per non tornare a sparare nemmeno un colpo.

 “Ci stiamo impegnando per la pace, anche se ora cercano di demoralizzarci. Non ci hanno vinti, non abbiamo perso la guerra, hanno dovuto sedersi e negoziare”, dice Carlos Alberto, al comando della truppa smobilitata a La Fila. Il tono che usa è un po’ più duro di quello di alcuni dei suoi colleghi che dirigono le altre 25 “aree di transizione” in cui i guerriglieri trascorrono la loro particolare quarantena di 180 giorni. Forse parla così perché la sua “area di sicurezza” è una delle peggiori che ha costruito il governo. Forse lo dice perché la situazione in cui vivono sembra una sconfitta agli occhi di chiunque.

FANGO E BABY BOOM. Lì, a un’ora di auto da Icononzo, la città più vicina, non c’è niente di più che fango e piccole capanne di plastica e bambù costruite dai guerriglieri stessi. La maggior parte sono adibite a dormitorio, alcune più ampie vengono utilizzate come parrucchieri, un’altra è un’infermeria mentre le altre servono a stipare i fucili d’assalto. Qui vivono come possono circa 350 persone costantemente impegnate a riparare ciò che il clima continua a distruggere. Ci sono 38 malati, 7 guerrigliere sono incinte e ci sono una dozzina di bambini, elenca il comandante. Il baby boom che è seguito agli accordi si è fatto notare. La maggior parte dei guerriglieri è entrato nei ranghi in tenera età, bambini e bambine che, in molti casi, hanno trovato nel compagno di armi il proprio compagno di vita. Oggi sono giovani che, grazie alla tranquillità del cessate il fuoco, hanno deciso di mettere su famiglia. I figli della pace, li chiamano.

Denunciano però che l’assistenza sanitaria promessa da Santos, almeno nel loro accampamento, brilla per la sua assenza. Le condizioni, affermano diversi guerriglieri, sono peggiori di quando vivevano nella giungla, dove la vegetazione li proteggeva dal vento e dalla pioggia. Non sono abituati alla fredda umidità portata dalle nuvole che rimangono bloccate sulla montagna, soprattutto perché prima potevano contare su un tetto sopra la testa, anche se rudimentale. Continuano a utilizzare la loro medicina di guerra che, anche se non è male, ora soffre della carenza di farmaci. Le aree di sicurezza non sono un buon posto dove partorire, e l’ospedale più vicino si trova a diverse ore dagli accampamenti, attraverso un percorso accidentato e pericoloso.

LA CONSEGNA DELLE ARMI. “Non abbiamo combattuto 52 anni perché ora ci trattino come animali”, protesta il comandante di fronte all’abbandono del governo. Ma non si può tornare indietro. I guerriglieri sono determinati a deporre le armi e costituirsi in partito politico. Mezzo secolo di guerra stancherebbe chiunque, a maggior ragione se i progressi della tecnologia militare hanno inclinato la bilancia dalla parte dello Stato. A maggio si terrà la conferenza politica da cui scaturirà la proposta per le elezioni del 2018. Quell’abbraccio all’Avana tra Juan Manuel Santos e Timoshenko, leader delle Farc, ha segnato  il cammino per la pace finale, anche se per il momento arranca nel fango, come i guerriglieri di La Fila.

Resta ancora molto da fare, ad esempio il disarmo totale o l’amnistia e l’indulto per molti guerriglieri imprigionati, due dei temi chiave che preoccupano maggiormente i media, i politici e la popolazione colombiana, soprattutto quella urbana, dove il No all’accordo è  prevalso al plebiscito. “Rispetteremo la resa delle armi”, ha assicurato a “Il Tempo” (5-III-17) in una recente intervista Ivàn Marquez, uno dei principali leader delle Farc. Nessun guerrigliero ne dubita, ma ciò che rimane incerto sono le scadenze.

Walter Mendoza, comandante del blocco occidentale delle Farc Alfonso Cano, afferma che consegneranno le ultima armi quando il governo adempirà alla sua parte dell’accordo;  “Quando saranno costruite le strutture, quando verrà applicata la legge di amnistia e di giustizia speciale per la pace, quando l’ultimo guerrigliero imprigionato per reati politici uscirà dal carcere e, soprattutto, quando avremo garanzie politiche e di sicurezza”. Mendoza, che indossa un cappello di Che Guevara e una maglietta con uno slogan per la pace, dirige gli smobilitati nella zona di sicurezza di La Elvira, nel dipartimento di Cauca, 700 chilometri a sud-ovest del pantano di Tolima. Lì non sono nemmeno stati collocati ancora i contenitori per depositare le armi che devono essere verificate dall’Onu, anche se è stato ufficialmente annunciato l’inizio del disarmo.

CENTRALISMO ECCESSIVO. Fonti delle Nazioni Unite che supervisionano il processo riconoscono che “esistono ritardi nell’attuazione dell’accordo”. “Ne soffriamo tutti, tanto le Farc come il governo e l’Onu. Ci costa molti sforzi andare avanti e i problemi sono molti, ma quello che è certo è che la volontà di superare le divergenze è totale da entrambe le parti. Discutiamo, concordiamo e avanziamo, questo è ciò che accade giorno dopo giorno”, spiega uno degli osservatori delle Nazioni Unite, che accusa un eccessivo centralismo politico nella mancanza di coordinamento tra i territori. “E’ comprensibile, non è un compito facile porre fine a mezzo secolo di guerra. Alcuni accampamenti però sono in buone condizioni”, puntualizza.

La situazione è un po’ meglio a La Elvira, dove gli insorti hanno potuto approfittare di alcuni capannoni abbandonati lì da una ditta di legname, e l’accampamento, anche qui precario e costruito dai guerriglieri stessi, si sviluppa attorno a un campo da calcetto coperto. Si tratta di una delle poche strutture costruite recentemente dallo Stato per le comunità della zona. Delle ruspe appianano il terreno e vari operai della società che si è aggiudicata l’appalto erigono le fondamenta di alcune delle future case destinate ai guerriglieri. Manca ancora molto lavoro, tenendo conto che si tratta di quasi 300 persone e che sono già passati due mesi da quando i militanti delle Farc hanno cominciato ad arrivare nelle zone di transizione. Temono che i lavori non finiscano mai e, quel che è peggio, che parte dei fondi destinati alla pace si perdano nei cassetti della corruzione, altro male endemico del Paese. “Se ci dessero il materiale, non ci mancherebbe ne la volontà ne la conoscenza per costruire tutto da soli”, dice Mendoza.

ADÁN E LA GUERRIGLIA. A La Elvira non si arriva per caso. Si deve salire per ore attraverso sentieri stretti, sfiorare precipizi di migliaia di metri di altezza, costeggiare alcune piantagioni di coca e avere la fortuna che il battaglione dell’esercito che “protegge” l’accampamento delle Farc ti lasci passare. Dopo due ore di fermo e una discussione tra un caporale ventenne e il comandante della guerriglia Francisco Gonzàlez, alias Pacho Chino, che partecipa al Meccanismo Tripartito di Monitoraggio e Verifica del processo di pace, il viaggio continua ancora un’ora, schivando moto che trasportano fino a cinque persone. Un grande poster con i ritratti dei “guerriglieri leggendari” dà il benvenuto all’accampamento.

La fiducia che tutto sia pronto comincia a vacillare, anche se la truppa ne prende atto con la disciplina militare che la caratterizza. È il caso di Adán, 33 anni. Entrò nella guerriglia quando di anni ne aveva 14, nella regione di Meta, a sud della capitale. “Ero al verde, avevo bisogno e non c’erano molte opportunità di prosperare nel mio villaggio”, spiega. “La decisione non è stata facile ed è stata molto forzata dalla povertà e dalla paura. Era l’epoca dei “falsi positivi”, un eufemismo macabro dietro cui si nasconde l’assassinio di civili innocenti che l’esercito faceva passare nei sui rapporti per guerriglieri abbattuti in combattimento. Poteva toccare a chiunque incrociasse un battaglione, perché c’era una ricompensa economica per queste morti”.

Fino al 2015, l’accusa ha indagato più di 3.000 di questi casi, ma l’impunità è il denominatore comune della stragrande maggioranza. “Per morire e passare comunque per guerrigliero senza esserlo, ho preferito esserlo direttamente”, ricorda Adán. “Mio padre l’ha accettato, mia mamma ha pianto molto, però era una mia decisione e la rispettarono”, racconta il giovane. Non ha preso un’arma in mano per molti anni. Inizialmente ha dovuto istruirsi sia militarmente che politicamente. Il primo passo fu imparare a leggere. “Era come lavorare in una fattoria”, aggiunge.

Però è cresciuto ed è passato ad essere insorgente dal lato opposto del Paese. “E’ stato un periodo molto duro, di combattimenti quotidiani”, ricorda. “C’erano fino a quattro fronti aperti contro di noi. I paramilitari da un lato, l’esercito dall’altro e anche <> “, che non sono greci, ma guerriglieri dell’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), l’altra guerriglia rimasta attiva fino ad oggi in Colombia e che si pone in dialogo di pace con il governo. Quel periodo però è finito e oggi Adán può sedersi a chiacchierare con i suoi compagni o raccogliere le uova dal pollaio dell’accampamento senza il timore che un aereo gli sganci addosso delle bombe a grappolo. Confida nel processo di pace, ma soprattutto perché confida nei suoi superiori. Che gli piaccia o no, farà ciò che gli ordinano, come ha sempre fatto. Non mette in discussione alcuna azione della guerriglia, ne ammette errori. Ma nella tranquillità dell’accampamento, Adán non abbassa la guardia, ricorda “l’inganno” del governo alla guerriglia dell’M-19, che passò dalle armi alla politica nel 1990, e vive con “una certa preoccupazione” perché è in aumento il numero di omicidi di leader dei contadini, dei sindacati e dei movimenti ambientalisti e sociali. Loro, i guerriglieri smobilitati, potrebbero essere i prossimi.

MONTARE LA GUARDIA. Dato che non ha piovuto, gli insorti vagano per l’accampamento e i suoi dintorni. Alcuni inscenano un’opera teatrale che parla di educazione alla parità di genere.  Non c’è molto di più da fare lì che far passare le ore, chiacchierare in piccoli gruppi e aspettare il pranzo. Le armi sono poche e tutti vestono abiti civili. Solo nella parte settentrionale dell’accampamento, al confine della zona, tre combattenti armati con fucili d’assalto montano la guardia. Non si fidano della protezione del governo e sono certi che le aree abbandonate dai guerriglieri stiano venendo occupate dai paramilitari, gruppi armati di estrema destra che estorcono denaro, uccidono e traggono profitto dalle piantagioni di coca, marijuana e papavero.

A Bogotà, la capitale, i ministri preferiscono parlare di bande criminali (Bacrim), ma i contadini e i guerriglieri stessi non vedono alcuna differenza tra queste e l’estinta Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), che ha firmato il proprio processo di pace al tempo di Álvaro Uribe, un decennio fa.

Tra la truppa e l’alto comando aleggia il fantasma dell’Unione Patriottica (Up), il partito politico che negli anni ottanta fu formato da settori di vari gruppi di guerriglieri, tra cui le Farc, e che furono letteralmente sterminati dai gruppi paramilitari. Circa 5.000 persone, tra cui funzionari eletti e membri della Up, sono stati assassinati dall’Auc in collusione con settori dell’esercito e della polizia, stando  alle varie condanne che ci sono state per questi massacri. Uno sterminio ideologico che, se non sarà evitato dallo Stato, potrebbe ripetersi con il partito delle Farc e i suoi alleati nella perseguitata sinistra colombiana.

“La transizione verso la pace non ha senso se non garantiamo la sicurezza degli smobilitati, soprattutto di quelli che si dedicheranno alla vita pubblica”, riconosce il vice ministro della difesa Aníbal Fernández de Soto. Afferma che si tratta di “una priorità per il governo” e chiede fiducia in un Esecutivo che ha raggiunto ciò che nessun altro aveva ottenuto finora. A proposito del para-militarismo, Fernandez insiste sulla linea del governo. “Sono bande del crimine organizzato, la pagina del para-militarismo è già stata superata in questo Paese”, insiste. Non vuole una “guerra di termini linguistici”, perché è “vero che questo crimine organizzato cerca di occupare il territorio lasciato dalle Farc commettendo crimini, con l’estrazione mineraria e le coltivazioni illegali”, spiega. Si tratta di una “grande preoccupazione” per il governo, ma afferma che si stanno “raddoppiando gli sforzi” per combatterlo. “Il para-militarismo di cui si parla oggi non è contro-insurrezione, ma semplicemente profitto, non sterminio politico e, cosa fondamentale, non c’è alcuna permissività dell’esercito nei confronti delle loro azioni. Oggi si combatte il para-militarismo e si indagano i militari al minimo sospetto di rapporti con le bande criminali”, sostiene, riconoscendo, per inciso, il buio e atroce periodo dell’uribismo  [1]nel Paese.

MANCANZA DI RISORSE. Per quanto riguarda lo stato degli accordi, Fernandez de Soto si rammarica dei ritardi, ma ne riconduce la responsabilità alla mancanza di risorse e allo schema di priorità del governo. “Bisogna stabilire delle priorità, poiché alcune aree sono più urgenti di altre”, dice, riferendosi a regioni che hanno sofferto di più la violenza, in cui l’unico vero Stato era la guerriglia stessa e dove ci sono insorti delle Farc dissidenti del processo di pace che rifiutano di consegnare le armi. Sono il 5 per cento dei guerriglieri, stima il vice ministro. Tuttavia insiste sul fatto che “il processo di pace sta dando i suoi frutti”.

Non la vede così Andres Parìs, un altro comandante delle Farc a Bogotà. Parìs, il cui vero nome è Jesus Emilio Carvajalino, ha partecipato alle trattative dell’Avana ed è responsabile del monitoraggio dello stato delle aree di transizione, soprattutto per quanto riguarda l’assistenza sanitaria. Ritiene che l’atteggiamento “dilatorio” assunto dal governo risponda ad una strategia chiara: “che il partito politico che sorgerà a maggio e le sue possibili alleanze nella sinistra nascano deboli, senza possibilità di impatto”. “Se gli accordi più elementari, come la logistica, non vengono soddisfatti, cosa possiamo aspettarci per quelli fondamentali, come l’amnistia per i prigionieri o la riorganizzazione agraria che abbiamo concordato per le aree rurali e isolate del Paese”, si chiede retoricamente. La pace è firmata. Manca solo costruirla.


Traduzione a cura della redazione di Cronache Latinoamericane.

Jairo Vargas  ”La paz atascada en el barro” pubblicato il 31/03/2017

http://brecha.com.uy/la-paz-atascada-barro

[1] Per Uribismo si intende il periodo di governo di Alvaro Uribe  dal 2002 al 2010.

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