ECUADOR: CRONACA DI UNA GIORNATA ELETTORALE

Alle 2:00 del mattino, ora ecuadoriana, con lo scrutino del 96% dei voti il vincitore delle elezioni in Ecuador è Lenin Moreno, il candidato di Alianza Pais. Guillermo Lasso si è fermato al 48.89%, mentre Moreno ha preso il 51.11% dei voti. Alianza Pais vince soprattutto nella regione costiera, mentre nella regione andina, nell’amazzonìa e nella regione insulare vince CREO, il partito di Lasso. In Ecuador il voto è obbligatorio, pena una multa del 10% del salario minimo, nonostante ciò più di 6 milioni di persone si sono astenute dal voto, se a questo sommiamo i voti nulli si arriva a più di sette milioni.

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In una giornata caratterizzata dagli appelli alla calma e alla non violenza le elezioni si sono svolte in un clima di tensione e di attesa come non succedeva da decenni. Sotto l’osservazione dell’OEA e delle forze armate del paese il processo elettorale si è svolto con regolarità. Tutte le sedi della CNE (Consiglio Nazionale Elettorale)  erano blindate dalla mattina. Durante la sera ci  sono stati momenti di tensione in diverse zone del paese. A Quito i simpatizzanti di Lasso che si erano concentrati fuori dalla sede della CNE dove si stavano contando i voti, hanno forzato il blocco di polizia, a Guayaquil , Riobamba e in Santo Domingo è stato fatto uso di gas lacrimogeni per calmare gli animi.

Fino alle 19:00 le due maggiori imprese di sondaggio mostravano due diversi vincitori. Gli exit poll di “Perfiles de Opinion”  davano Lenin Moreno al 52.2% e Guillermo Lasso al 47.8%. Secondo gli exit poll di “Cedatos” invece il vincitore era Lasso con il 53.02% mentre Moreno arrivava al 46.98%. Anche le linee televisive davano vincitori diversi a seconda del canale. I dati di Cedatos però sono stati presi da Lasso e da suoi seguaci come dati reali, motivo per cui per due ore sui social network e nelle strade i simpatizzanti di CREO hanno festeggiato la vittoria.  Arrivati i dati ufficiali intorno alle 20:00 la situazione si è capovolta: a festeggiare erano i simpatizzanti di Alianza Pais, soprattutto a Quito dove dal pomeriggio erano in attesa centinaia di persone venute da varie zone del paese con autobus pagati del partito. Nonostante l’aria di sfida costante che ha accompagnato queste elezioni e la vicinanza dei due concentramenti nella capitale non ci sono stati  contatti tra le varie fazioni.

La giornata elettorale si è chiusa senza che ancora la vittoria di Alianza Pais fosse resa ufficiale. L’organizzazione “Participaciòn Ciudadana” ha dichiarato che c’è stato un pareggio tra i due candidati, secondo quest’ultima non si possono dare risultati certi di vittoria perché il margine di differenza tra i due candidati è del 0.6%. Guillermo Lasso a fine serata  ha dichiarato in conferenza stampa che impugnerà i risultati della CNE e chiederà un riconteggio voto per voto invitando i suoi simpatizzanti a difendere i loro voti nelle strade in modo pacifico.

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Lenin Moreno durante la sua campagna elettorale ha cercato di distinguersi da Rafael Correa scegliendo degli slogan meno radicali e cercando di parlare a tutte le fasce della popolazione, ha rifiutato un confronto diretto con Guillermo Lasso e ha giocato la sua comunicazione elettorale in modo efficace, con slogan che  inneggiavano all’amore, la pace, la dignità, slogan semplici che hanno contrastato la campagna “gentista” e qualunquista di Lasso. In sostanza ne da una parte ne dall’altra ci sono state delle proposte politiche che facessero pensare a un  cambiamento reale.

Queste elezioni si sono svolte tra almeno due paure e incertezze: il voto per il banchiere che anni fa era stato complice della banca rotta del paese e il voto per la continuità del progetto autoritario di Alianza Pais.  Vedendo l’esempio dell’Argentina dopo la vittoria di Macri, sono bastati pochi mesi per svelare la sua politica anti-popolare, questo ha fatto si che la gente tornasse in piazza e riprendesse un discorso di opposizione dal basso che nell’era Kirchner era passato in secondo piano, vittima della trappola “progressista” di sinistra. La stessa trappola che ha assimilato, diviso e distrutto i movimenti sociali ed indigeni in Ecuador, al punto tale che una gran parte di loro hanno invitato apertamente al voto per Lasso.

Se Alianza Pais continuerà  a gestire la nazione avrà la legittimità di accelerare la sua politica estrattivista, il suo modello di sviluppo neo-liberale sull’esempio cinese e la sua scienza repressiva per poter governare in un contesto di pacificazione come negli ultimi dieci anni. Al di là dell’utilità o meno del voto, queste elezioni parlano della società ecuadoriana, della sua forza e dei suoi limiti. In tutto ciò qualcosa si è mosso, e si è visto chiaramente. La voglia di cambiamento è tanta, si respira nell’aria. Gli spazi di quello che il capitalismo intende per democrazia sono limitati e cominciano a non contenere più la disperazione e la rabbia di un popolo. Negli Stati Uniti Trump ha vinto democraticamente le elezioni, questo non significa che sia il presidente di tutti, soprattutto se la sua politica va contro le fasce più deboli della popolazione. Lo stesso ragionamento dovrebbe essere chiaro ovunque la rappresentanza politica limiti gli spazi di autonomia e partecipazione, dove gli interessi delle multinazionali vengano prima di quelli dell’uomo e della natura, ovunque ci sia ancora qualcuno che governa attraverso gli strumenti  violenti del potere e dello stato.

Mentre da una parte e dall’altra si invita alla calma, c’è una pentola a pressione che non tarderà a scoppiare e allora, così come prima che Alianza Paìs prendesse il potere, il protagonismo tornerà alla piazza, alle strade, al popolo.

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