Sotto il cielo la confusione regna. Cronache dal Sudamerica.

Sotto il cielo Sudamericano il caos e la confusione si espandono da destra a sinistra. Sono tornati di moda organismi come l’OEA (Organizaciòn de los Estados Americanos) e le preghiere degli occidentali di seconda mano per chiedere agli yankees di intervenire per portare un po’ di pace e tranquillità. E’ questo il caso del Venezuela dove Nicolas Maduro continua il suo declino in mezzo alla disperazione e alla sofferenza del popolo venezuelano. Mercoledì il Tribunal Supremo de Justicia (TSJ) ha dichiarato che da  quel momento avrebbe svolto le funzioni del Parlamento e che non ci sarebbe più stata l’immunità per i parlamentari. Bisogna ricordare che il Parlamento è composto nella sua maggioranza dall’opposizione. La decisione è stata presa dopo che il Parlamento aveva revocato la sospensione a tre deputati accusati di aver comprato dei voti nelle ultime elezioni regionali. Il TSJ ha dichiarato che vista la mancanza di rispetto delle regole democratiche avrebbe assunto i poteri del Parlamento per garantire i diritti costituzionali dei cittadini. L’opposizione dichiara che in Venezuela si è appena compiuto un colpo di Stato, il Perù ritira il proprio ambasciatore e l’OEA, che da tempo si muove dietro le quinte, prende posizione contro il governo venezuelano.

Scontri, blocchi e tante manifestazioni sono avvenute in tutto il paese, non solo da parte dell’opposizione, che da mesi chiede l’intervento degli organismi internazionali fregandosene della sovranità popolare, ma anche da parte di tantissima gente che non sopporta più questa situazione e che vede il governo come responsabile dell’estrema crisi. Per mangiare bisogna fare lunghe file ed aspettare che il cibo non finisca, i medicinali scarseggiano e la violenza nelle strade aumenta in una continua guerra per non morire di fame. La crisi si aggrava sempre di più con l’ombra degli Usa che non vedono l’ora di farla finita con il governo di Nicolas Maduro che sembra più preoccupato a rimanere attaccato alla propria poltrona che a trovare una soluzione politica alla crisi. [1]

Il terrore dilaga anche negli altri paesi che aderiscono alla corrente chiamata “socialismo del XXI secolo”. In paesi come Bolivia ed Ecuador la stampa conservatrice agita lo spettro della crisi venezuelana. “Finiremo come loro”, “stiamo diventando come il Venezuela”, “se non vuoi che finiamo come il Venezuela vota per l’opposizione”. I luoghi comuni, l’agitare i fantasmi dei barbudos cubanos e dei “terroristi” venezuelani sono all’ordine del giorno nella campagna elettorale più sentita, discussa e indecisa degli ultimi 30 anni in Ecuador.

Questo 2 aprile si deciderà se dare continuità alla “revoluciòn ciudadana” di Alianza Pais con Lenin Moreno (Rafael Correa dopo 10 anni ha deciso di farsi da parte anche se a volte sembra che sia Lui ad essere il candidato alla presidenza) o invece farla finita con questi 10 anni di “progressismo” Sudamericano liberando la strada al potere di Guillermo Lasso, noto banchiere ecuadoriano, uno dei colpevoli del crack finanziario e bancario del 1999, quando milioni di persone persero i propri risparmi e a causa del quale 2 milioni di persone emigrarono e l’economia fu dollarizzata.

In Ecuador si gioca il futuro della “sinistra progressista”. Se cade l’ Ecuador molto probabilmente paesi come Bolivia e soprattutto Venezuela seguiranno questa nuova ondata politica di cambiamento come è già successo  in Cile, Argentina, Uruguay e Brasile, dove la destra ha tolto il trono ai governi che per circa 10 anni avevano tenuto quasi l’ intero continente allineato a sinistra, con un forte appoggio iniziale delle basi popolari e sociali.  Sono queste che hanno visto tradita la rivoluzione promessa in Ecuador, cominciando con gli indigeni che hanno dovuto scontrarsi con la politica estrattivista del governo di Alianza Pais a costo della propria libertà e della loro vita. La Pachamama (madre terra) che vedeva garantita la propria incolumità nella costituzione creata ad hoc da Correa, è stata violentata, maltrattata e calpestata. Interi territori hanno dovuto vivere sotto lo stato d’eccezione e la violenza costante dei militari e della polizia. Territori come il Yasunì (uno dei luoghi con maggiore biodiversità al mondo) e parte della cordigliera del Condor nella provincia di Morona Santiago dove vivono gli Shuar (popolazione indigena dell’ amazzonia ecuadoriana) sono stati dati a multinazionali cinesi che dirigono grossi progetti minerari ed estrattivi. I movimenti sociali sono stati divisi e repressi. La disuguaglianza sociale è aumentata insieme alla disoccupazione.

La campagna di Alianza Pais gira intorno allo slogan “la decada ganada” (la decade vinta) in riferimento al grosso investimento statale in infrastrutture, salute e istruzione. Casi di corruzione come quello di Petroecuador e il famoso caso Obredetch (dove quasi tutti i governi latinoamericani sono accusati di aver preso delle mazzette per agevolare le gare d’appalto del magnate brasiliano della costruzione) hanno sconvolto le fondamenta del progetto di Alianza Pais. La sua popolarità è diminuita negli ultimi tre anni, vittima della crisi petrolifera, della corruzione e della propria politica repressiva e neo liberale.  Se prima l’Ecuador era sotto l’influenza degli Usa, ora il paese è indebitato fino al midollo con la Cina, potenza che negli ultimi 10 anni ha investito grossi capitali soprattutto nei paesi “progressisti” presentandosi come l’alternativa agli Usa.

Guillermo Lasso promette di eliminare le tasse create dal governo precedente, promette 2 milioni di posti di lavoro (come? non l’ha ancora spiegato bene), ritardare l’orario di chiusura dei locali notturni per permettere agli ecuadoriani di bere senza dover essere disturbati dalle ordinanze statali (è questo il livello), cambiare la costituzione per eliminare ogni traccia di questi ultimi 10 anni, agevolare le politiche d’ investimento straniero nel paese. Nel caos totale e nella disperata ricerca di un cambiamento Lasso rischia di vincere. Queste elezioni saranno ricordate come quelle in cui si doveva scegliere tra il peggio e il meno peggio, con un 16% ancora indeciso e una grossa percentuale che voterà per Lasso pur di farla finita con Alianza Pais. Quello che è sicuro è che comunque andranno le elezioni questa domenica si aspettano reazioni da una parte e dall’altra come nelle elezioni generali che ci sono state un mese fa e che hanno portato al ballottaggio Moreno e Lasso, dove dopo che è stato lanciato l’allarme di presunti brogli elettorali migliaia di persone sono andate negli uffici del CNE (Consejo Nacional Electoral) a vigilare che il conteggio dei voti si svolgesse in tutta regolarità. Nelle ultime settimane Correa, Moreno e Lasso sono stati contestati fortemente in varie occasioni. La percezione generale è di spaesamento e smarrimento. Parte  della CONAIE (Confederaciòn de las nacionalidades indigenas) e vari gruppi storici della sinistra hanno dato indicazioni di voto chiare contro Alianza Pais contribuendo ad aumentare la confusione. In Ecuador si decide tra due candidati di destra e comunque andrà sarà il popolo a pagare il conto.[2]

In Paraguay il senato ha deciso di approvare un progetto di legge che permetterebbe all’attuale presidente Horacio Cartes di candidarsi alle prossime elezioni ed essere rieletto. La risposta è stata immediata, il popolo è sceso nelle strade per protestare contro questo disegno di legge e viene represso dalla polizia. Le proteste si espandono e il Parlamento viene assaltato e dato alle fiamme in mezzo a danze, canti, euforia e il grido “Dictadura nunca mas” “El pueblo unido jamàs sera vencido”.[3] Il Paraguay diventa un’anomalia in questo periodo di cambiamento perché, libera da schieramenti politici specifici, la rabbia della gente ha resistito alla repressione e alle richieste di calma da parte dei politici nel loro intento di pacificare o capitalizzare la situazione. I manifestanti, come non si vedeva da tanto tempo, sono riusciti ad entrare dentro il palazzo delle bugie dichiarando a grande voce la sua inutilità. Più che un atto simbolico, una presa di posizione collettiva che rifiuta un ritorno al passato e un presente pieno di inganni.

L’otto marzo in Argentina centinaia di migliaia di donne hanno invaso le strade del paese. Proprio qui nasce la mobilitazione “Ni una menos” con chiari contenuti di classe, anti capitalisti e anticlericali che hanno arginato il recupero istituzionale. Questo fattore è importante anche per fare una giusta autocritica dove questa mobilitazione è stata trapiantata senza un approfondimento e un discorso specifico di classe, come se bastasse prendere uno slogan e allora la strada verso la libertà fosse spianata, questo senza nulla togliere alla capacità di mobilitazione e costruzione di percorsi che intorno a questa giornata si è verificata in tanti paesi occidentali. In America Latina è in corso un discorso e un’azione di critica e attacco contro la società e lo stato patriarcale, parla di ciò che le donne sentono e subiscono da secoli, di quel silenzio che ha fatto tanti danni per anni e che ora si trasforma in un grido forte e collettivo. E’ una lotta che rompe con gli schemi tradizionali delle lotte portate avanti in Sudamerica e che di sicuro arricchirà a 360 gradi tutti i contesti sociali e politici del continente. [4]

In Colombia si è in attesa di vedere gli sviluppi del processo di pace che sta avvenendo in mezzo alla repressione di centinaia di dirigenti sociali e politici e all’occupazione da parte dei paramilitari colombiani delle terre abbandonate dalle FARC mobilitate verso le zone di disarmo.

Sembra che la crisi della sinistra e della rappresentanza in generale sia arrivata anche in Latinoamerica, crisi che bisogna approfondire evitando di schierarsi con il male minore e allo stesso tempo di rimanere ai margini dei processi storici che stanno avvenendo. Il minimo comune dominatore di questa nuova fase è la voglia di cambiamento che porta migliaia di persone a prendere posizione. Queste posizioni ci parlano di relazioni sociali solide e di una forte identità sociale che nonostante gli anni e la repressione continuano ad essere i pilastri della politica latinoamericana. [5]

La difesa della costituzione e della democrazia, la lotta contro la corruzione, contro l’estrattivismo, contro la repressione, contro il patriarcato, l’impunità dei politici, la violenza della polizia, l’allergia a qualsiasi progetto di governo ad oltranza, sono queste alcune caratteristiche delle lotte attuali in corso nel continente. La confusione sotto il cielo aumenta giorno dopo giorno e leggere gli avvenimenti con gli occhi della vecchia sinistra o della vecchia destra significa essere rimasti ancorati a un passato che non ritornerà mai più. Quello che rimane è la sacrosanta rabbia, la dignità e il coraggio del popolo latinoamericano che continua a lottare contro il colonialismo, l’autoritarismo e la violenza dello Stato.

[1] https://www.youtube.com/watch?v=l8g3UoPa5F4 ,

[2]https://www.youtube.com/watch?v=pYz4-ioaLKs ,

https://www.youtube.com/watch?v=GkeT-O0IxaE

[3] https://www.youtube.com/watch?v=lsZUl12jpA8,

https://www.youtube.com/watch?v=zbb6xVmzbHQ ,

https://www.youtube.com/watch?v=o_fgmYJDXOw

[4] https://www.youtube.com/watch?v=WaboTeZb4JM ,

[5]https://www.youtube.com/watch?v=IFDvDFG96rM ,

https://www.youtube.com/watch?v=ctp8w0JReWs

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